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27 gennaio 2018, Giorno della Memoria: a distanza di 70 anni cosa abbiamo imparato?

Negli ultimi vent’anni, commemorare le persecuzioni nazifasciste e lo sterminio degli ebrei e anche di rom, omosessuali, disabili, dissidenti politici e prigionieri di guerra, secondo un disegno criminale teso a cancellare dalla terra ogni diversità, è diventato in molti paesi un dovere civico sostenuto dalle istituzioni governative. In Italia il giorno della memoria è stato istituito dal Parlamento con la Legge n.211 del 20 luglio 2000, mentre cinque anni dopo, il 1 novembre 2005, l’Assemblea generale della Nazioni Unite ha proclamato ufficialmente, in occasione dei 60 anni dalla liberazione dei campi di sterminio, il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime della Shoah.

Una data in cui, in tutto il mondo, migliaia di persone di tutti i ceti sociali hanno l’opportunità di incontrarsi, di ricordare e di inviare chiari messaggi di condanna verso ogni forma di odio, pregiudizio, discriminazione e razzismo.

Una giornata in cui, a distanza di circa 70 anni, dovremmo poter affermare che la società moderna ha effettivamente imparato la lezione da quella che è stata definita la pagina più nera della storia dell’umanità, invece quello che la “modernità” ci offre è una crescente rappresentanza di correnti politiche che alimentano sentimenti xenofobi, discriminatori e populisti. Il risultato? Ancora oggi milioni di persone nel mondo vengono perseguitate a causa del loro sesso, etnia, genere e credo religioso.

In un contesto simile, ricordare quanto accaduto diventa ancora più importante e significativo per mostrare dove possono condurre odio e razzismo, riflettere sul cammino intrapreso dagli esseri umani, al fine di pensare in modo responsabile alla direzione da seguire.

La memoria è una ed è collettiva ma ad arricchirla e a darle più forza ci sono i tanti e sfaccettati ricordi dei sopravvissuti. Testimonianze che raccolgono l’essenza di quelle barbarie e che ci avvicinano in maniera autentica a quelle atroci realtà grazie ad un empatia che solo il racconto diretto sa suscitare, rispetto alla narrazione storica dei fatti di quell’orrore, che pur sempre tale rimane. Per questo è importante, anzi necessario, che si sottolinei in ogni modo l’importanza delle parole di chi è riuscito ad attraversare quel momento della nostra storia, affinché i loro racconti e le loro esperienze dirette diventino traccia nella nostra coscienza e nella nostra memoria. Un’importanza che cresce sempre più se si considera che per questioni anagrafiche con il passar degli anni non si potrà più attingere direttamente dai racconti di questi sopravvissuti, ma bisognerà comunque tramandare il loro vissuto e il loro punto di vista considerandolo un vero patrimonio.

In questa chiave va letta la nomina a senatrice a vita conferita, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a Liliana Segre, una delle ultime testimoni viventi della Shoah: “Certamente, il Presidente ha voluto onorare, attraverso la mia persona, la memoria di tanti altri in questo anno 2018 in cui ricorre l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali. Sento dunque su di me l’enorme compito, la grave responsabilità di tentare almeno, pur con tutti i miei limiti, di portare nel Senato della Repubblica delle voci ormai lontane che rischiano di perdersi nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che nel 1938 subirono l’umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano; che furono espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società dei cittadini «di serie A».”

A noi il compito di ascoltare queste voci, imparare la loro storia e tramandare la loro memoria.

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